Articolo inserito il 10-8-2010

DOPO 238 ANNI, DON MATTEO LAMANNA RIAPRE GLI OCCHI

Il prossimo 25 agosto la presentazione del nuovo ritratto del venerato fondatore del Ritiro


Dal ritratto originale alle due copie.
Coloro i quali hanno avuto l′opportunità di visitare la Chiesa del Ritiro, si sono posti certamente una domanda: "Perchè Don Matteo Lamanna è stato dipinto con gli occhi chiusi?". Negli anni, solo grazie alle risposte offerte dal Cavaliere Umberto Esposito, magnifico custode del Ritiro per 63 anni ed erede della conoscenza della Congregazione dei "Sacerdoti Missionari", passato a miglior vita l′otto luglio scorso, è stato possibile acquisire una chiara consapevolezza del perchè, Don Matteo, non avesse gli occhi aperti. Praticamente, il venerato fondatore del Ritiro, eminente Missionario Apostolico del Settecento calabrese, non volle mai farsi ritrarre, certamente per soddisfare la sua esemplare umiltà e il suo indiscutibile distacco dalle cose del mondo. Perciò, solo quando morì, il 25 agosto 1772, diciannove giorni dopo l′apertura al culto del Ritiro, il pittore Giovanni Battista Basile realizzò il ritratto di Don Matteo, senza tradire il contesto storico nel quale realizzò l′opera. Per cui, due sono gli elementi caratteristici dell′opera: il fatto che sia stata realizzata post mortem e che la volontà del soggetto, Don Matteo Lamanna, sia stata quella di voler essere quasi dimenticato dalla gente e dalla storia. Del resto, egli stesso chiede ai "suoi" Sacerdoti Missionari di spogliarsi dello spirito dei figlioli del secolo e di essere nel mondo, senza appartenere ad esso, solo come testimoni dell′amore di Dio. Dunque, è stata la volontà popolare a volere la realizzazione dell′opera, nel momento in cui il popolo stesso si fece promotore dell′esposizione pubblica di ben tre giorni della salma di Don Matteo. Grande ammirazione e profondo rispetto per un uomo che consumò la sua esistenza per la fatiche apostoliche: un vero uomo di Dio. Egli volle abbandonare ricchezza, carriera, passioni e vani desideri mondani per dedicare e consacrare la propria vita completamente a Cristo. Egli, grazie all′impulso datogli dallo Spirito Santo, riuscì a parlare ad ogni singolo uomo, anche non cristiano, facendo comprendere il senso dell′Evangelo di Gesù e ottenendo dalla gente l′esercizio della Carità. Proprio per questi motivi, Sua Santità Benedetto XVI, attraverso la Segreteria di Stato del Vaticano, ha auspicato che gli insegnamenti e gli esempi del venerato Sacerdote calabrese continuino ad essere di valido stimolo per i pastori e fedeli. Ma ritorniamo all′opera e cerchiamo, per quanto sia possibile, di evidenziarne gli aspetti che la caratterizzano. L′opera, olio su tela, datata come è già stato scritto 1772, è firmata dal pittore Giovanni Battista Basile e misura 80x70. Il dipinto è stato sempre conservato nella Sacrestia, precisamente sulla parte ovest, lato destro, sui cui lati, nei secoli successivi, sono stati posizionati altri tre ritratti: quelli dei Rettori Don Francesco Catanzaro, Don Paolo Combariati e Don Gerardo Le Rose. Di questo ritratto vennero realizzate due copie. La prima risale probabilmente agli anni dopo la morte di Don Matteo. Questa copia venne data in dono da Maria Rossi a Isabella Caracciolo Ottini, la quale sposò Antonio Lamanna nel 1777. Il legame tra la nobile famiglia Rossi e Don Matteo è stato sempre molto profondo, visto che la mamma del fondatore del Ritiro proveniva proprio da questa antica famiglia, dalla quale nacquero anche importanti notai, tra i quali Gioacchino Rossi che, nel 1761, ebbe l′onore di redigere l′atto inerente la posa della prima pietra. Il papà di Don Matteo, Giovanni Domenico, nato nel 1685, era Dottor Fisico; il resto della famiglia era composto, in base a quanto riportato dallo stato di famiglia del 1746, da quattro fratelli (Tommaso, Pietro Paolo, Antonio, Nunziato) e da due sorelle (Teresa e Rosa). La seconda copia, conservata nella Chiesa del Ritiro, venne realizzata dal pittore Nicola Ruberto, su commissione del Coro Polifonico "Don Matteo Lamanna", in occasione del primo pellegrinaggio sulla tomba di Papa San Zosimo I da Reazio (odierna Mesoraca), nel settembre 1997, e della partecipazione all′udienza con il Papa Giovanni Paolo II in Vaticano.

Caratteristiche storico-artistiche del nuovo dipinto.
Proprio accogliendo l′auspicio del Santo Padre, Benedetto XVI, e tenendo conto delle celebrazioni per il terzo centenario della nascita di Don Matteo Lamanna (1710-2010) è stata promossa la realizzazione di una nuova opera artistica, al fine di contribuire ad incrementare il recupero e la valorizzazione della figura di questo insigne uomo del Settecento, che tantissimo lavoro ha svolto per il bene e la crescita delle popolazioni calabre, particolarmente per la formazione spirituale e intellettuale dei giovani, mediante l′istituzione di una scuola che, nel 1815, venne elevata a "Real Collegio di Scuola Secondaria". L′opera, commissionata dal Coro Polifonico dell′Alto Marchesato che dal 1995 porta il nome di Don Matteo Lamanna, è firmata dal pittore Nicola Ruberto (lo stesso che fece la già citata copia dell′originale nel 1997), ha una misura di 50x70 ed è stata realizzata utilizzando una tecnica mista. Gli elementi che caratterizzano l′opera sono molteplici e di massima importanza. Anzitutto Don Matteo: è posizionato con le spalle verso la "Pia Casa", la sede della Congregazione che egli fondò nel 1748, con bolla del 18 settembre, mediante la quale ottenne l′autorizzazione da parte dell′Arcivescovo Metropolita di Santa Severina, Nicola Carmine Falcone. Il fondatore del Ritiro indossa una pianeta a fondo carminio, ricamata a punto pieno sulla quale, da un nodo fogliaceo nascente da un calice tempestato di lustrini, prende simmetrico sviluppo il disegno, costituito da tralci e rampicanti inframezzati da corolle e terminanti in boccioli. Come colore liturgico, dunque, è stato scelto il rosso per richiamare la solennità di Pentecoste in quanto, proprio in questa festa, come si legge nelle "Istruzioni", avveniva l′elezione del Rettore del Ritiro e la conseguente nomina del governo della "Pia Casa", ogni tre anni, presso l′Oratorio dell′Addolorata: il primo "tassello" del monumentale Ritiro, inaugurato il 28 luglio 1742 e andato distrutto, a fasi alterne, durante il Novecento. Il volto di Don Matteo, come egli stesso suggeriva nelle "Istruzioni", mostra gioia, piuttosto che tristezza. Le sue mani sono espressive come il volto, quasi come se volessero dare maggiore incisività all′atto di predicare da parte del soggetto. Su quella sinistra poggia il Vangelo, la buona novella che egli annunciò, quale Missionario Apostolico, nelle città e nei villaggi più disparati delle province calabre. Il Vangelo, per Don Matteo, risulta essere il punto di partenza e di arrivo del suo ministero presbiterale. La predicazione, secondo quanto scrive nelle "Istruzioni" del 1752, va fatta soprattutto con l′esempio, con la sana testimonianza. Scrive, infatti, che i popoli resteranno più edificati dal buon esempio che dalla pura parola. E, ancora, scrive che si piange sopra quel primo che salirà sopra il pulpito col tossico della locuzione corrente, corrompendo il Vangelo con formule vane, con le quali si spiegano i figli del secolo. La mano sinistra, poi, è molto particolare perchè c′è un richiamo fortissimo alla Santissima Trinità e a Maria, la Madre di Dio che egli definisce quale "figlia del Padre, madre del Figlio e sposa dello Spirito Santo". Il dito mignolo, l′anulare e quello medio, infatti, sono letteralmente uniti nelle estremità. In secondo piano, sul lato est, emerge in tutto il suo splendore monumentale la Chiesa del Ritiro, l′ultima costruzione voluta da Don Matteo, intitolata alla Vergine Santissima Assunta in Cielo, edificata tra il 1761 e il 1767, dichiarata monumento di interesse nazionale e considerata la testimonianza del Tardo Barocco più importante della Calabria. Una grandiosa vetrina d′arte nella quale si ammirano veri e propri capolavori delle più raffinate maestranze meridionali del Settecento: la cupola ottagonale che ospita 125 personaggi e che, per questo, è nota come tra le più dipinte del Mezzogiorno; i nove altari in marmo finissimo di Carrara, tra i quali risalta, in modo preponderante, quello maggiore, ubicato tra la spettacolare balaustra e la parete absidale volta ad oriente; le opere lignee che comprendono il grandioso pulpito pensile, il coro, la cantoria superiore, i sei confessionali e la sacrestia; le opere pittoriche in cui sono compresi, oltre alla già citata cupola, il grande dipinto dell′Assunzione, la Trinità, il transito Maria, il buon pastore, la sacra famiglia, la Madonna pastora, i quattro evangelisti, il Getsemani, la flagellazione, l′Ecce Homo, la salita al Calvario, la crocifissione, la deposizione, la maternità di Maria, la Pentecoste, la natività di Maria, la Madonna del Carmelo, l′Immacolata, la morte di San Giuseppe, il compianto su Cristo morto, la Madonna della Grazia, la visitazione di Maria a Santa Elisabetta, la fuga in Egitto e l′estasi di San Giuseppe, senza contare, ovviamente, le bellissime 16 opere su tela trafugate il 22 novembre del 1996, assieme alla scrivania lignea di Don Matteo.

Don Matteo Lamanna, voce di Dio nella Calabria del Settecento.
Don Matteo nacque a Mesoraca nel 1710, da nobili ed illustri genitori. Ancora trilustre, venne accompagnato dal padre a Napoli dove conseguì, all′età di 23 anni, la laurea in Legge e quella in Teologia, come alunno esterno nel collegio dei Gesuiti. Il 9 giugno 1733, venne ordinato sacerdote dall′Arcivescovo Metropolita Luigi D′Alessandro, nella Cattedrale di Santa Severina. Dopo aver trascorso i primi anni, come insegnante di Teologia nel seminario diocesano e come confessore missionario in tutta l′Arcidiocesi di Santa Severina, ottenne l′autorizzazione di potersi recare a Mesoraca, dove svolse l′incarico di procuratore del "pio monte dei morti", presso la Chiesa dell′Annunziata, e iniziò a concretizzare il progetto riguardante la fondazione di una congregazione di sacerdoti, approvata dall′Arcivescovo Metropolita di Santa Severina Nicola Carmine Falcone, con bolla del 18 settembre 1748, e l′edificazione del complesso monumentale, culminato con la Chiesa del Ritiro. Nella Quaresima del 1760 Don Matteo, zelante predicatore non solo nelle Calabrie ma in tutto il Regno delle Due Sicilie, fu chiamato a predicare dall′Arcivescovo di Rossano, Stanislao Poliastri. Proprio al Presule (committente, nel 1752, del bellissimo pulpito marmoreo che, ancora oggi, si può ammirare nella Cattedrale di Rossano) Don Matteo illustrò il suo progetto e rivelò quanti ostacoli dovette superare nel corso del trascorso lustro. Poliastri, allora, non esitò ad esortarlo con una frase che rimase celebre nella storia del Ritiro: "Padre, appena ritornerà a Mesoraca, metta pure mano all′opera e lasci che il demonio e i suoi seguaci si mordano le labbra", e così fu. Il 28 luglio dell′anno successivo, infatti, avvenne il rito della posa della prima pietra della Chiesa del Ritiro, dedicata alla tutela della Madonna Assunta, i cui lavori terminarono il 25 luglio 1767. Gli anni compresi tra il ′67 e il ′72 furono necessari per decorare il sacro edificio con gli stucchi, le opere pittoriche, lignee e marmoree, per le cui realizzazioni vennero reperiti i migliori artisti operanti nel Regno. Due giorni dopo l′inaugurazione del sacro Ritiro, avvenuta il 6 agosto 1772, in concomitanza con l′inizio della novena alla Madonna Assunta, Don Matteo si ammalò ulteriormente. Egli, infatti, soffriva di bronco polmonite, causata dai lunghi viaggi effettuati a dorso del suo mulo, durante l′inverno, in tutte le Diocesi delle Calabrie, con solo il Crocifisso sulle spalle. Nella Quaresima dello stesso anno, infatti, venne chiamato a predicare dal Vescovo di Mileto e lì si recò contro la volontà e i consigli dei confratelli ai quali disse: "Il Signore mi chiama e vado, tanto più che per me sono le ultime prediche che vado a fare". Da Mileto, però, rientrò nella Pia Casa del Ritiro più stanco e ammalato di prima. Il 14 agosto, mentre i confratelli attendevano che la sua anima ritornasse alla Patria Divina egli esclamò con pianissimo tono di voce: "Andate! Festeggiate la Madonna, perchè io morirò dopo l′ottava della sua festa". Infatti, alle 2 meno un quarto p. m. di martedì 25 agosto, dieci giorni dopo la festa dell′Assunzione, avendo ricevuto per l′ultima volta il santissimo Corpo e il preziosissimo Sangue di Cristo, passò a miglior vita, dopo 62 anni consumati per la salvezza delle anime e per l′annuncio del santo Vangelo. La sua salma, dopo un′esposizione pubblica di ben tre giorni, durante i quali vennero celebrate ben 300 Messe, venne tumulata nella Cripta del Sacro Ritiro. Al più illustre sacerdote della storia dell′Arcidiocesi di Santa Severina, in quanto fondatore dell′unica Congregazione diocesana mai esistita, venne rivolto un commovente elogio funebre dal primo sacerdote formatosi nella scuola del Ritiro, Padre Raimondo de Novellis, nato a Santa Severina nel 1733, anno in cui, nella medesima città, Don Matteo veniva ordinato presbitero dall′Arcivescovo Luigi D′Alessandro: "Oh! Massimo Sacerdote, oh! Gran nunzio della Parola di Dio, oh! Apostolo delle Calabrie, oh! Esemplare di ogni virtù. Ci hai lasciato orfani senza padre, peregrini senza guida, dubbiosi senza consiglio, afflitti senza conforto, poveri senza sollievo. Oh! Padre santo, ora che sei nel cielo, ricordati di noi poveri figli tuoi; prega per questa tua casa, prega per questa tua chiesa e fa che il tuo spirito aleggi per secoli su di essa". Un grande Sacerdote, come si può constatare, che consumò la sua intera esistenza per le fatiche tutte apostoliche e che, certamente, merita di essere conosciuto, soprattutto a beneficio del patrimonio cristiano. Dal 1995, cioè da quando è stato fondato il Coro Polifonico dell′Alto Marchesato "Don Matteo Lamanna", tanto lavoro è stato compiuto per il recupero del patrimonio spirituale che ruota attorno a questo grande sacerdote. Numerose celebrazioni Eucaristiche, pubblicazioni editoriali, convegni, mostre, concerti e l′intitolazione di un istituto comprensivo statale hanno fatto si che Don Matteo fosse conosciuto soprattutto dai giovani. Nel valorizzare la figura di questo Missionario Apostolico si induce ad una seria e approfondita riflessione sulla necessità di un "cristianesimo non arrendevole" nell′odierno contesto sociale. Don Matteo Lamanna, in questo, è stato ed è un valido testimone! Infatti, si impegnò a predicare il Vangelo soprattutto mediante la santità della propria vita e attraverso la dedizione alla formazione spirituale ed intellettuale dei giovani, affinchè divenissero liberi e responsabili, capaci di intervenire anche nell′agone socio-politico. Chi volesse conoscere la sua spiritualità deve necessariamente attingere al grande tesoro custodito nella Regola, composta da Don Matteo nel 1752, e che risulta -come scrive il Biblista Don Serafino Parisi nella prefazione- "un vero e proprio compendio di teologia spirituale e pastorale insieme". Le note distintive di Don Matteo non sono altro che un forte senso di Dio e un appassionato attaccamento all′uomo. "Nella Regola -scrive ancora Don Serafino Parisi- emerge la consapevolezza dell′urgenza, da una parte, di un′adeguata formazione letteraria e teologica per leggere i segni dei tempi, decodificare i dati culturali ed intervenire nelle attese della società del tempo e, dall′altra parte, della responsabilità di interagire con competenza e solida formazione con le sfide di allora, proponendo modelli di santità e parametri di esistenza mutuati -operate le opportune mediazioni culturali- dal Vangelo. C′è, dunque, un intreccio virtuoso tra lo studio, la preghiera e l′azione pastorale".

Nicola Ruberto, un talento proteso al futuro nella consapevolezza del passato.
Mesoraca è stata, ed è ancora oggi, una cittadina che ha dato i natali a tantissimi artisti nel corso dei secoli. Pittori, scultori, ebanisti, poeti, musicisti hanno lasciato il segno nella cittadina fondata dagli Enotri nel XVI secolo a.C.
Culla del cristianesimo nel Marchesato crotonese, l′antica Reazio è stata la città natale del Pontefice San Zosimo I che regnò sulla Cattedra petrina dal 18 marzo 417 al 26 dicembre 418, combattendo implacabilmente le eresie promosse da Pelagio e dal suo discepolo Celestio. Mesoraca è stata anche la sede della gloriosa abbazia normanno-sveva di Sant′Angelo de Frigillo che, purtroppo, ha conosciuto il suo irrimediabile tramonto soprattutto a causa del regime di commenda instaurato dagli angioini e aggravato dagli aragonesi. Agli inizi del XII secolo, quando ancora il territorio dell′Archidiocesi di Santa Severina era profondamente ellenizzato, nell′abbazia di Sant′Angelo de Frigillo venivano tradotti dal greco al latino gli atti più importanti prodotti dal potere ecclesiale. Tralasciando i fasti del passato, si può attestare che l′odierna Mesoraca rimane ancora un vera e propria fucina d′arte. Proprio in questo ambiente è nato ed è cresciuto Nicola Ruberto, un pittore autodidatta che, nel corso degli anni, ha preso parte a diverse mostre collettive e ha indetto diverse personali, riscuotendo apprezzamento di critica e di pubblico. Ruberto è stato recensito da vari critici tra i quali: Giorgio Falossi, Francesco Chetta, Mariarosaria Belgiovine, Gerard Argelier. Le sue opere sono inserite in cataloghi e riviste d′arte e custodite in collezioni pubbliche e private e si affermato in occasione di vari premi, tra cui: Premio "Gran Prix" dell′Adriatico; primo premio di Pittura a Riccione; "Ermitage du Riou", Cannes; premio internazionale "Leone d′Oro" Sirmione. Con l′opera dedicata a Don Matteo Lamanna, un evento storico sotto il profilo religioso, storico, artistico e antropologico, Nicola Ruberto contribuisce profondamente all′opera di recupero, di valorizzazione e di divulgazione della figura del fondatore del Ritiro e della congregazione dei "Sacerdoti Missionari figli di Maria Santissima": un uomo straordinario del cristianesimo calabrese che ha consumato la sua esistenza umana solo per la glorificazione della Santissima Trinità e per la salvezza delle anime.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
1. Gerardo Le Rose, Brevi cenni storici sul Ritiro di Mesoraca. (Napoli, 1924)
2. Archivio di Stato di Napoli. Catasto Onciario del Comune di Mesoraca, Volume I, Pag. 288.
3. Francesco Spinelli, La Chiesa del Ritiro: cronologia di una memoria. (Liceo Linguistico e Socio Psico Pedagogico di Mesoraca, 2002).
4. Stefano Cropanese, Don Matteo Lamanna e i suoi Sacerdoti Missionari nella Calabria del Settecento. La Regola e altre carte inedite sul Ritiro di Mesoraca. (Editoriale Progetto 2000, Cosenza 2004).
La foto del nuovo quadro non è stata pubblicata per garantire l'ufficialità il giorno 25 agosto.



Stefano Cropanese